
Riparare le fratture interiori
di Patrizia Ruscio
Dalle ferite dell’identità ai cambiamenti nella plasticità cerebrale: la “talking cure” è un processo scientificamente fondato di ricostruzione del sé e delle reti neurali.
Ne abbiamo parlato con il neuroscienziato Antonio Cerasa dell’Istituto di bioimmagini e sistemi biologici complessi del Cnr
C’è una frattura interiore che, più di ogni altra, può portare una persona a chiedere aiuto: quella legata all’immagine di sé. Non si tratta di una crepa improvvisa e visibile, ma di una discontinuità profonda tra ciò che siamo stati, ciò che l’ambiente ci chiede di essere e ciò di cui abbiamo bisogno. Oggi l’essere umano non è più impegnato nella pura sopravvivenza biologica, il compito evolutivo principale è costruire e mantenere un’identità riconosciuta all’interno di un ambiente sociale complesso. Tenere insieme storia personale, pressioni ambientali e bisogni individuali è un lavoro delicato e quando questi tre piani non coincidono, la stabilità dell’identità vacilla e aumenta la vulnerabilità psicologica, come evidenzia Antonio Cerasa, neuroscienziato dell’Istituto di bioimmagini e sistemi biologici complessi (Ibsbc) del Cnr: “La più grande frattura interiore riguarda l’immagine di sé. Oggi l’essere umano deve definire un’identità in un ambiente multistrato e iperstimolante: storia personale, bisogni individuali e modelli sociali raramente procedono allineati. Quando questo equilibrio si rompe, emergono vulnerabilità che possono trasformarsi in sofferenza psicologica”.
La psicologia ha dedicato oltre un secolo allo studio di questo equilibrio. Quando interviene un trauma, un lutto, una separazione o una malattia, la costruzione dell’identità può incrinarsi all’improvviso. “Il trauma psicologico non è soltanto un concetto astratto. È un evento che lascia tracce biologiche nel cervello. A volte bastano poche parole - un annuncio di perdita, una diagnosi, una rottura - per modificare il funzionamento dei circuiti neurali. Il cervello è un organo che risponde alle parole, può essere ferito dal linguaggio, ma anche curato attraverso di esso”, chiarisce l’esperto.
È in questa dimensione che si colloca la psicoterapia. Fin dalle origini della disciplina, con la definizione di “talking cure”, la cura attraverso la parola, è emerso il potere trasformativo del dialogo terapeutico. Oggi le neuroscienze confermano che la psicoterapia non produce solo cambiamenti soggettivi o comportamentali, ma modifica il funzionamento del cervello. “Uno dei mezzi più potenti per favorire la ricostruzione cerebrale e la plasticità adattiva è proprio la psicoterapia. Grazie alla parola e alla relazione terapeutica, il cervello può riorganizzare i propri circuiti e creare nuove connessioni”, aggiunge il ricercatore. Le trasformazioni osservate nella pratica clinica trovano così una base biologica. Una persona con una fobia invalidante può tornare a muoversi negli spazi che prima evitava; chi soffre di disturbi alimentari può recuperare un rapporto più equilibrato con il cibo; chi ha perso il senso di continuità con il proprio passato può ritrovare motivazione e progettualità. “I cambiamenti comportamentali che osserviamo nei pazienti sono legati a modificazioni nel funzionamento cognitivo e nella connettività cerebrale. La psicoterapia può indurre plasticità neurale: alcune aree si rafforzano, le reti si riorganizzano e gli stimoli che prima generavano dolore o allarme possono essere elaborati in modo diverso”, chiarisce il neuroscienziato.
Nonostante oltre vent’anni di evidenze neuroscientifiche, la psicoterapia continua però a essere percepita, da una parte della popolazione, come un intervento poco definito o meramente di ascolto. “Esiste ancora una scarsa informazione sul ruolo dello psicologo, spesso viene visto solo come qualcuno che ascolta, mentre è un professionista in grado di favorire cambiamenti misurabili nel funzionamento del cervello. A questo si aggiunge la frammentazione degli approcci terapeutici, che può rendere difficile orientarsi nella scelta. Come in tutte le branche della medicina, il percorso dovrebbe basarsi su diagnosi e su evidenze scientifiche relative all’efficacia dei trattamenti. Sarebbe utile disporre di strumenti istituzionali di orientamento, che aiutino i cittadini a individuare il percorso più adeguato”, aggiunge Cerasa.
La capacità della psicoterapia di “riparare l’anima”, espressione che appartiene al linguaggio comune, trova dunque oggi un riscontro nella ricerca neuroscientifica: le parole possono ferire, ma possono anche ricostruire. “Il cervello umano è profondamente plastico. Attraverso la relazione terapeutica e il lavoro sul significato delle esperienze, è possibile riorganizzare i circuiti neurali e restituire continuità all’identità. In questo senso, la cura psicologica è anche una forma di cura biologica”, conclude il ricercatore.